I rischi fisici rappresentano sia le minacce derivanti da eventi climatici acuti e cronici sugli asset aziendali (secondo la direttiva CSRD), sia gli agenti fisici che minacciano la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro (ai sensi del D.Lgs. 81/08).

Per chi gestisce reti elettriche, autostrade, ferrovie e nodi di telecomunicazione le due accezioni si incontrano sullo stesso asset. Un evento estremo che colpisce una sottostazione o una tratta mette a rischio l’infrastruttura, il servizio e le squadre chiamate a ripristinarlo.

La CSRD chiede di rendicontare i rischi fisici insieme ai rischi di transizione, generati dal percorso verso un’economia a basse emissioni. Per i gestori di infrastrutture critiche questa rendicontazione orienta governance, manutenzione e piani di investimento.

I temi che approfondiremo in questo articolo:

Definire i rischi fisici: la convergenza tra sicurezza operativa e normativa CSRD

Nel linguaggio aziendale i rischi fisici appartengono a due quadri normativi distinti: il D.Lgs. 81/08 li riferisce alla salute dei lavoratori, la CSRD agli effetti del cambiamento climatico sugli asset aziendali.

Il Titolo VIII del D.Lgs. 81/08 disciplina l’esposizione del personale ad agenti come rumore, vibrazioni meccaniche, campi elettromagnetici, radiazioni ottiche artificiali e microclima.

La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), Direttiva (UE) 2022/2464, riguarda invece i rischi fisici climatici che possono danneggiare impianti e reti o interromperne il funzionamento. È uno dei pilastri della normativa ESG europea, insieme alla Tassonomia UE e alla Legge Europea sul Clima.

Il microclima è il punto di contatto più evidente tra i due ambiti. Un’ondata di calore che sovraccarica una cabina elettrica porta le squadre di manutenzione a operare all’aperto in condizioni termiche estreme, proprio mentre l’impianto richiede un intervento urgente.

Per questo la prevenzione del rischio climatico sugli asset riduce anche le emergenze in cui il personale lavora sotto stress termico.

La tutela dell’infrastruttura diventa una condizione della sicurezza di chi la gestisce.

Rischi fisici e rischi di transizione nel framework ESG: cosa cambia per la governance

La distinzione tra rischi fisici e rischi di transizione è la base dello standard ESRS E1, il principio della CSRD dedicato ai cambiamenti climatici. Le imprese devono individuare entrambe le categorie, valutarne la rilevanza e descriverne gli effetti finanziari attesi.

La classificazione dei pericoli climatici viene dalla Tassonomia Europea, Regolamento (UE) 2020/852. Il Regolamento delegato (UE) 2021/2139, adottato in attuazione della Tassonomia, raggruppa i pericoli in quattro famiglie (temperatura, vento, acqua e massa solida) e per ciascuna distingue i fenomeni acuti da quelli cronici.

Le due tipologie di rischio fisico sono:

I rischi di transizione sono legati ai cambiamenti di regole, tecnologie e mercati che accompagnano il percorso verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Per un gestore di infrastrutture si traducono in:

La CSRD applica a entrambe le categorie il principio della doppia materialità. L’impresa valuta l’impatto delle proprie attività su ambiente e persone (materialità d’impatto) e, in parallelo, gli effetti che clima e transizione producono sui propri risultati economici (materialità finanziaria).

Per la governance questo significa portare i rischi climatici nelle valutazioni del consiglio di amministrazione e nei piani industriali, con informazioni sottoposte all’attestazione di un revisore.

Con la Direttiva (UE) 2026/470, in vigore dal 18 marzo 2026, l’obbligo di rendicontazione si concentra sulle imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto. Per i grandi gestori di infrastrutture che superano queste soglie, la rendicontazione dei rischi climatici resta un obbligo.

Quando l’incertezza è la regola, la resilienza deve essere una scelta sistemica: una strategia lungimirante, fondata su basi scientifiche.

Valutazione dei rischi climatici nelle infrastrutture critiche e continuità operativa

La valutazione dei rischi climatici nelle infrastrutture lineari deve coprire l’intera rete.

Un elettrodotto, una linea ferroviaria o un’autostrada attraversano per centinaia di chilometri territori esposti a pericoli diversi. Il danno a un singolo segmento può propagarsi lungo le connessioni. Un nodo danneggiato può bloccare un’intera area e generare interruzioni di servizio a cascata sulle infrastrutture collegate.

Vediamo due esempi concreti:

Per confrontare scenari così diversi, la valutazione deve incrociare per ogni segmento della rete pericolosità (Hazard), esposizione (Exposure) e vulnerabilità (Vulnerability). Emergono così le tratte e gli asset critici in cui il rischio si concentra, oggi e negli scenari climatici futuri.

Airis, la piattaforma di Eoliann, svolge questa analisi su asset puntuali e infrastrutture lineari. Combina dati satellitari, intelligenza artificiale e modelli scientifici per stimare probabilità, intensità e impatto fisico ed economico di vento estremo, incendi boschivi, alluvioni e frane, con proiezioni fino al 2050.

Gli stessi risultati alimentano la rendicontazione CSRD e la manutenzione predittiva.

Rifacendoci agli esempi, un DSO può programmare il taglio della vegetazione lungo le dorsali più esposte al vento, mentre un TSO può pianificare interventi sulle linee che attraversano aree ad alto rischio di incendio.

Integrare la resilienza climatica e continuità operativa nei piani industriali e CAPEX

La resilienza climatica e la continuità operativa producono valore quando entrano nel ciclo di pianificazione degli investimenti.

Una stima di expected loss, cioè la perdita economica media attesa per asset o tratta, permette di confrontare il costo di un intervento preventivo con quello dei danni e dei disservizi che evita.

Per CFO e Risk Manager i dati predittivi diventano la base per motivare le scelte di budget davanti al consiglio di amministrazione e agli investitori istituzionali. Le stesse analisi documentano come l’impresa gestisce rischi fisici e rischi di transizione.

Una rendicontazione fondata su dati scientifici limita l’esposizione alle sanzioni amministrative previste per un’informativa non conforme, mentre gli interventi preventivi riducono i danni materiali.

I benefici per l’azienda riguardano sia gli investimenti sia la gestione:

Per ottenerli servono stime di rischio calcolate sul singolo asset e sulla singola tratta, espresse in valori economici confrontabili con il costo degli interventi.

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FAQ

Qual è la differenza tra rischi fisici e rischi di transizione nella CSRD?

I rischi fisici derivano direttamente dall’impatto materiale dei cambiamenti climatici sugli asset aziendali (come alluvioni o ondate di calore). I rischi di transizione derivano invece dal processo di transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, includendo variazioni normative, evoluzioni tecnologiche e dinamiche reputazionali o di mercato.

Come si integrano i rischi fisici del D.Lgs. 81/08 con la resilienza climatica aziendale?

Sebbene il D.Lgs. 81/08 si focalizzi sulla protezione dei lavoratori (es. esposizione a temperature estreme o rumore), la CSRD richiede alle aziende di valutare l’impatto dei cambiamenti climatici sui propri asset. Se un’infrastruttura non è resiliente, gli interventi di ripristino in condizioni meteorologiche estreme espongono direttamente il personale a rischi fisici sul lavoro più elevati, unendo i due profili di tutela.

In che modo l’intelligenza artificiale e i dati satellitari aiutano a valutare i rischi fisici?

Attraverso piattaforme basate su dati geospaziali come Airis di Eoliann, è possibile combinare modelli matematici e climatici per calcolare la probabilità, l’intensità e i potenziali impatti economici degli eventi climatici estremi sui singoli nodi di una rete infrastrutturale, permettendo di pianificare manutenzioni preventive e allocare in modo strategico il CAPEX.

Quali rischi fisici riguardano le infrastrutture lineari?

Alluvioni, frane, incendi boschivi, vento estremo e ondate di calore colpiscono in modo diverso i segmenti di elettrodotti, ferrovie e strade. Per questo la valutazione analizza ogni tratta e i nodi strategici, perché un’interruzione locale può fermare il servizio su tutta la rete.

La normativa ESG europea non si limita più a chiedere alle aziende di rendicontare le proprie emissioni. Oggi impone una domanda più profonda: le infrastrutture critiche sono davvero pronte a reggere l’urto degli eventi climatici estremi?

CSRD, Tassonomia UE e Direttiva CER convergono verso un unico principio: la resilienza va dimostrata con dati, non dichiarata a parole.

Le aziende che allineano la compliance alla gestione operativa del rischio proteggono i capitali, evitano la svalutazione degli asset e ottimizzano i piani di investimento.

Quando l’incertezza è la regola, la resilienza deve essere una scelta sistemica. Una strategia lungimirante, fondata su basi scientifiche.

In questo articolo approfondiremo:

Che cos’è la normativa ESG e perché riguarda la resilienza climatica?

Il quadro regolatorio ESG (Environmental, Social, Governance) ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione negli ultimi anni. Se in una prima fase l’attenzione si è concentrata sulla disclosure delle emissioni, l’orizzonte normativo si è poi spostato verso la valutazione della resilienza fisica delle infrastrutture.

Gli eventi meteo-climatici estremi introducono variabili di rischio che impattano in modo tangibile sulla stabilità finanziaria e operativa delle aziende.

La compliance climatica non si limita più alla redazione documentale. Oggi, la normativa ESG richiede dimostrazioni analitiche sulla capacità di prevenire, assorbire e superare i fenomeni avversi che minacciano asset critici e reti.

Dal rispetto degli obblighi alla gestione del rischio

L’adempimento formale richiesto dalla normativa ESG mostra evidenti limiti di fronte alla frequenza dei cambiamenti climatici. Il passaggio verso una gestione proattiva del rischio implica l’adozione di decisioni guidate dai dati.

È necessario integrare modelli scientifici e scenari climatici a lungo termine direttamente nelle priorità operative. La gestione del rischio climatico impone una revisione delle routine di manutenzione predittiva e dei criteri progettuali.

Le decisioni aziendali vengono quindi indirizzate da metriche precise che calcolano l’esposizione al rischio e la vulnerabilità strutturale delle opere.

Quali normative regolano il rischio climatico e la resilienza?

Il quadro normativo europeo si compone di un insieme di direttive e regolamenti interconnessi. L’obiettivo è indirizzare gli investimenti verso attività sostenibili, garantendo al contempo la tenuta del sistema produttivo e infrastrutturale.

NormativaAmbito primarioFocus resilienza e rischio fisicoPrincipali destinatari
CSRD / ESRS E1Rendicontazione di sostenibilitàDoppia materialità dei rischi fisici e di transizione sugli assetGrandi imprese ed entità quotate
Tassonomia UEFinanza sostenibilePrincipio DNSH e criteri di adattamento ai cambiamenti climaticiInvestitori e imprese soggette a disclosure
Direttiva CERResilienza dei soggetti criticiValutazione del rischio fisico su infrastrutture essenziali per garantire continuità operativaOperatori di infrastrutture critiche (energia, trasporti, telco)
Legge Europea sul ClimaTarget di decarbonizzazioneRaggiungimento della neutralità climatica entro il 2050Sistemi economici e settori industriali

Normative trasversali e normative per le infrastrutture

È opportuno distinguere tra le normative trasversali e i provvedimenti settoriali dedicati agli operatori infrastrutturali.

Le normative trasversali fissano gli standard di rendicontazione, compliance e trasparenza finanziaria per la generalità delle imprese.

Al contrario, le normative settoriali impongono requisiti ingegneristici stringenti. L’attenzione si focalizza sulla tenuta strutturale, sull’accessibilità delle reti e sulla continuità del servizio erogato dai gestori di reti energetiche, di telecomunicazioni e di trasporto.

Direttiva CER e resilienza dei soggetti critici

L’evoluzione del quadro regolatorio per i soggetti critici sposta il baricentro sull’adattamento attivo.

Nello specifico, la Direttiva CER introduce precisi obblighi di valutazione del rischio per i soggetti critici, con la finalità di tutelare la continuità operativa delle infrastrutture essenziali.

Per garantire la costruzione di un mondo resiliente, le entità interessate devono condurre valutazioni periodiche che includano esplicitamente l’impatto degli eventi naturali estremi.

Occorre adottare misure tecniche per prevenire le interruzioni di servizio prima che si verifichino, in linea con i requisiti della direttiva.

Cosa cambia per DSO e TSO

Per i gestori delle reti di distribuzione (DSO) e di trasmissione (TSO), l’adeguamento ai più alti standard di resilienza comporta un’analisi mirata della vulnerabilità di nodi strategici.

Occorre valutare, ad esempio, l’impatto di un incendio boschivo o di forti raffiche di vento su una linea aerea di trasmissione, oppure le conseguenze di una piena improvvisa che allaga una sottostazione elettrica.

Anche per il settore Telco l’interconnessione è vitale. Un’ondata di calore prolungata può ridurre drasticamente la capacità di raffreddamento dei data center, generando un effetto cascata sull’intero sistema civile e industriale.

Cosa cambia per gli operatori stradali e ferroviari

Gli operatori di infrastrutture di trasporto si confrontano con l’impatto dei fenomeni climatici su reti lineari complesse. L’esposizione non riguarda un singolo punto, ma chilometri di asset.

Frane o precipitazioni estreme possono bloccare improvvisamente l’accessibilità di una rete stradale, mentre un’onda di calore anomala può deformare i binari ferroviari.

Integrare piani di prevenzione consente di mitigare i tempi di inattività e proteggere le comunità viaggianti.

CSRD ed ESRS: come rendicontare i rischi climatici

Nell’ambito della normativa ESG, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) stabilisce rigorosi standard di rendicontazione (ESRS) per le imprese europee. Nello specifico, lo standard ESRS E1 richiede un’analisi approfondita in ambito climatico.

La direttiva introduce il principio della doppia materialità. Occorre rendicontare sia l’impatto dell’azienda sull’ambiente (materialità d’impatto), sia le modalità con cui i rischi climatici influenzano l’azienda (materialità finanziaria).

Per le imprese, questo si traduce in un duplice vantaggio:

Dal dato ESG all’informazione decisionale

I dati primari relativi all’esposizione ai rischi fisici devono essere trasformati in metriche decisionali. La semplice localizzazione di un impianto sulla mappa non fornisce un reale vantaggio strategico.

Risulta fondamentale tradurre l’incertezza meteorologica in stime di probabilità, intensità e impatto economico sulle operation.

Il valore di un modello non si misura dalla capacità di eliminare l’incertezza, ma dalla sua capacità di renderla leggibile e governabile.

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EU Taxonomy, adattamento climatico e investimenti sostenibili

La Tassonomia UE definisce un linguaggio comune per le attività economiche ecosostenibili, allineandosi ai più vasti obiettivi della normativa ESG.

Per risultare conformi, gli investimenti devono rispettare rigorosi Criteri di Vaglio Tecnico e il principio DNSH (Do No Significant Harm).

Nell’ambito dell’adattamento ai cambiamenti climatici, un’opera infrastrutturale è considerata conforme solo se accompagnata da una valutazione scientifica dei rischi fisici attuali e futuri.

Legge Europea sul Clima e Fit for 55

Pilastro fondamentale del Green Deal europeo, la Legge Europea sul Clima ha reso legalmente vincolante l’obiettivo della neutralità climatica al 2050.

Il pacchetto Fit for 55 fissa inoltre la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

Questi parametri, fondamentali all’interno della normativa ESG, spingono settori come l’energia e i trasporti a ripensare le proprie architetture di rete. La transizione verso sistemi elettrificati e decarbonizzati esige, in parallelo, un potenziamento sistemico della solidità meccanica delle infrastrutture esistenti.

Piano di transizione, adattamento e resilienza

La pianificazione della resilienza sistemica richiede la strutturazione di tre strumenti analitici complementari:

Dal piano climatico alle priorità operative

L’efficacia di tali piani risiede nella loro immediata applicabilità sul campo. Le direttive strategiche devono confluire nei programmi di manutenzione predittiva.

Ogni decisione resiliente nasce dalla capacità di collegare ciò che potrebbe accadere a ciò che è possibile fare oggi.

Questo si traduce in soglie d’intervento anticipate e nel consolidamento degli asset situati in zone a elevato rischio climatico.

Climate Risk Assessment: come valutare il rischio climatico

Il Climate Risk Assessment è la metodologia strutturata per quantificare il rischio climatico. Si fonda sull’incrocio di quattro vettori analitici essenziali:

Valutare asset puntuali e infrastrutture lineari

La metodologia di valutazione cambia radicalmente in funzione dell’architettura dell’asset analizzato:

Trasformare la mappa del rischio in decisioni

L’incrocio dei dati geospaziali genera elaborazioni visive e numeriche avanzate. Tali output forniscono ai decision-maker una visione chiara delle esposizioni massimali.

Quando il clima cambia più rapidamente delle infrastrutture, la differenza non la fa la capacità di reagire all’evento, ma quella di comprenderne in anticipo le possibili conseguenze.

L’analisi permette di ottimizzare le polizze assicurative e comprovare agli auditor la solidità della pianificazione aziendale.

Come Airis supporta la climate compliance

Nel contesto di una pressione ambientale crescente guidata dalla normativa ESG, la piattaforma Airis si posiziona come il motore analitico essenziale per gli operatori infrastrutturali.

Combinando dati di osservazione satellitare, intelligenza artificiale e modelli scientifici validati, non si limita a produrre report teorici. La piattaforma calcola con estrema precisione probabilità, intensità e impatti fisici ed economici degli eventi climatici su reti puntuali e lineari.

Questa tecnologia abilita le organizzazioni a:

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FAQ

Come si integrano i criteri ESG con l’analisi del rischio fisico?

Gli standard ESRS della normativa CSRD richiedono l’applicazione della doppia materialità. È necessario rendicontare l’impatto economico che gli eventi meteo-climatici estremi (materialità finanziaria) esercitano su asset e operation aziendali.

Come influisce la Tassonomia UE sulla resilienza delle infrastrutture?

Per risultare allineato, un investimento deve rispettare il principio DNSH. Questo richiede una rigorosa valutazione scientifica dei rischi fisici attuali e futuri per garantire la tenuta strutturale e operativa nel tempo.

Perché è necessario distinguere tra asset puntuali e infrastrutture lineari?

La stima del rischio su reti lineari (strade, ferrovie, elettrodotti) richiede un’analisi geospaziale ad alta risoluzione capace di elaborare minacce diversificate su lunghe distanze, a differenza del singolo punto su mappa tipico di un asset puntuale.

In che modo i dati geospaziali facilitano la climate compliance?

L’elaborazione di dati geospaziali e satellitari tramite intelligenza artificiale permette di calcolare probabilità e impatti attesi. Queste metriche oggettive sono essenziali per giustificare le spese CAPEX, dimostrare il principio DNSH e pianificare l’adattamento climatico.

Il recepimento del D.Lgs. 134/2024 impone un cambio di paradigma per i gestori di infrastrutture fisiche essenziali.

Eseguire la valutazione del rischio ai sensi della Direttiva CER significa adottare un approccio quantitativo per calcolare l’impatto degli eventi meteo-climatici estremi, strutturando l’analisi su tre pilastri interdipendenti: Hazard (pericolo), Exposure (esposizione) e Vulnerability (vulnerabilità).

I soggetti critici designati sono tenuti a completare questa analisi entro 9 mesi dalla designazione, predisponendo metodologie allineate alle Linee Guida UE previste per l’11 settembre 2025. Per tutelare gli investimenti infrastrutturali e garantire la continuità del servizio, è necessario superare l’uso esclusivo dei dati storici, adottando metodologie geospaziali avanzate.

In questo articolo approfondiremo:

Metodologia scientifica per la valutazione del rischio sugli asset fisici

La misurazione del rischio climatico richiede un’analisi geospaziale strutturata per mappare con precisione l’impatto potenziale degli eventi estremi sugli asset. Per soddisfare i requisiti normativi del D.Lgs. 134/2024, le aziende infrastrutturali devono implementare un framework basato su modelli predittivi.

La normativa stabilisce la definizione di una baseline iniziale e impone un aggiornamento quadriennale del profilo di rischio, passaggio obbligato per monitorare l’evoluzione degli scenari ambientali nel lungo periodo.

Per tradurre questi requisiti in parametri operativi, si adotta la scomposizione scientifica del rischio sistemico.

Questo approccio si esprime come prodotto di tre fattori distinti:

Rischio = Hazard × Exposure × Vulnerability

L’analisi richiede la caratterizzazione puntuale di ciascuna variabile:

Questa matrice di valutazione consente di determinare la solidità delle reti e di pianificare interventi di adattamento mirati.

Ogni decisione resiliente nasce dalla capacità di collegare ciò che potrebbe accadere a ciò che è possibile fare oggi.

Oltre i dati storici: l’importanza dei modelli predittivi e degli scenari forward-looking

L’esecuzione del risk assessment basata esclusivamente sui registri storici presenta limiti strutturali. L’accelerazione del cambiamento climatico ha modificato i tempi di ritorno e la frequenza degli eventi meteo-climatici estremi, rendendo la statistica del passato inefficace per stimare le sollecitazioni future.

Per garantire un corretto allineamento agli obblighi di compliance, le organizzazioni devono integrare modelli predittivi fondati su dati geospaziali. Si rende necessario elaborare scenari forward-looking proiettati al 2030 e 2050, in linea con le proiezioni climatiche ufficiali.

Questo approccio quantitativo permette di pianificare gli investimenti in conto capitale (CAPEX) per il consolidamento delle infrastrutture e di ottimizzare le spese operative (OPEX) mediante interventi di manutenzione preventiva.

Confronto metodologico tra approcci di Risk Assessment

CaratteristicaAnalisi storica tradizionaleModelli predittivi forward-looking
Origine del datoRegistri storici degli incidenti e serie temporali passateDati geospaziali (Earth Observation) e proiezioni climatiche
Orizzonte temporaleRetrospettivo (analisi degli eventi già verificatisi)Predittivo (scenari evolutivi proiettati fino al 2050)
Capacità decisionaleGestione reattiva dell’emergenza basata su eventi notiPianificazione preventiva di CAPEX e OPEX per sollecitazioni estreme
Risoluzione spazialeAggregata su scala regionale o provincialeElevata granularità geografica sull’impronta fisica dell’asset

L’adozione di proiezioni avanzate trasforma l’adeguamento normativo da onere burocratico a leva strategica per la costruzione di un mondo resiliente.

Per approfondire l’approccio predittivo basato sui dati, è utile valutare come la piattaforma Airis mappa il rischio climatico direttamente sull’impronta fisica delle reti.

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Mappatura delle infrastrutture lineari ed effetti a cascata

La gestione delle infrastrutture lineari, quali reti di trasmissione (TSO), reti di distribuzione (DSO), tratte ferroviarie e autostradali, presenta complessità superiori rispetto alla valutazione di asset puntuali. Una rete richiede un monitoraggio continuo lungo l’intero tracciato geografico per garantire l’accessibilità e la continuità del servizio.

L’analisi deve includere la quantificazione degli effetti a cascata, ovvero i fenomeni per cui il danneggiamento di un singolo nodo determina l’interruzione di servizi essenziali interconnessi su un intero territorio.

Un esempio operativo frequente riguarda la combinazione di pericoli multipli. Un’ondata di calore prolungata deforma i binari di una rete ferroviaria e, contestualmente, riduce la capacità di raffreddamento dei data center di telecomunicazione posizionati lungo il corridoio. Parallelamente, una piena improvvisa rischia di allagare una sottostazione elettrica, generando un blocco simultaneo.

La mappatura continuativa dei nodi strategici lungo le infrastrutture lineari consente di individuare le tratte a maggior rischio e prevenire l’effetto domino tra settori interdipendenti.

Quando il clima cambia più rapidamente delle infrastrutture, la differenza non la fa la capacità di reagire all’evento, ma quella di comprenderne in anticipo le possibili conseguenze.

Integrazione delle analisi di rischio tra Direttiva CER e NIS 2

Per i Security Manager, il rischio climatico e il rischio cyber restano spesso due processi di analisi separati, gestiti da team e metodologie differenti. Questa separazione genera duplicazione di attività e rallenta la risposta agli incidenti.

Il D.Lgs. 134/2024 (CER) e la Direttiva NIS 2 disciplinano due componenti della stessa infrastruttura:

Un danno a un impianto si può propagare ai sistemi che lo controllano da remoto. Quindi, la disponibilità dei dati e la continuità del comando dipendono dall’integrità fisica dell’asset a cui sono collegati.

La soluzione operativa consiste nell’applicare agli asset fisici gli stessi indicatori già in uso per la valutazione del rischio cyber. Un unico framework di analisi misura qualsiasi minaccia, climatica o informatica, con due parametri comuni.

Indici comuni per un framework di valutazione unificato

Con questi due indicatori, i team di security e di risk management costruiscono un registro unico dei rischi anziché due report separati. Una sola valutazione alimenta sia gli obblighi della Direttiva CER sia quelli della NIS 2, eliminando gli audit duplicati e accelerando i tempi di risposta agli incidenti.

Un esempio reale

Un’alluvione allaga la centrale di controllo di un operatore di distribuzione elettrica. L’acqua danneggia i quadri elettrici e, nello stesso momento, mette fuori uso il sistema SCADA che gestisce la rete da remoto: i tecnici perdono sia l’impianto fisico sia la visibilità digitale su di esso.

Trattare i due danni come eventi separati porta a due stime di impatto scollegate. Un’analisi congiunta, invece, misura in un solo passaggio il danno fisico e la perdita di controllo digitale che ne consegue, restituendo la reale gravità dell’incidente.

Ottimizzare la compliance con Airis di Eoliann

Airis combina dati geospaziali satellitari, intelligenza artificiale e modelli fisici per calcolare probabilità, intensità e impatto economico di alluvioni, incendi boschivi, vento estremo e frane.

La piattaforma proprietaria di Eoliann elabora in modo omogeneo sia asset puntuali sia infrastrutture lineari su scala europea, restituendo mappe ad alta risoluzione e proiezioni climatiche forward-looking fino al 2050.

Benefici per i decisori:

Airis semplifica la valutazione del rischio per la Direttiva CER, perché genera in automatico le metriche di pericolo, esposizione e vulnerabilità richieste dal D.Lgs. 134/2024 per quantificare il rischio climatico sugli asset critici.

Pianifica le strategie di resilienza climatica con dati scientifici e riduci l’esposizione dei tuoi asset fisici.

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FAQ

Qual è il metodo corretto per valutare il rischio climatico secondo la Direttiva CER?

Il metodo scientifico raccomandato si basa sull’analisi quantitativa di tre fattori chiave: il pericolo (hazard), ovvero la probabilità e l’intensità degli eventi estremi nell’area; l’esposizione (exposure), cioè la presenza di infrastrutture in quell’area; e la vulnerabilità (vulnerability), ovvero la capacità strutturale dell’asset di resistere al fenomeno senza interrompere il servizio essenziale.

Perché i dati storici sugli eventi meteo-climatici non sono più sufficienti?

I cambiamenti climatici stanno modificando rapidamente la frequenza e l’intensità dei fenomeni naturali estremi. Basarsi solo sul passato storico non permette di prevedere scenari futuri inediti. Per garantire la resilienza a lungo termine, le aziende devono integrare modelli predittivi geospaziali e scenari forward-looking proiettati fino al 2050.

Cosa sono gli effetti a cascata nella valutazione del rischio delle infrastrutture?

Gli effetti a cascata si verificano quando l’interruzione di un servizio essenziale impatta negativamente su altre infrastrutture collegate.

Come si integrano gli obblighi della Direttiva CER con quelli della NIS 2?

Gli obblighi si integrano applicando lo stesso framework: ogni minaccia fisica o climatica su un asset critico viene valutata anche per l’impatto sui sistemi digitali collegati, con gli stessi indicatori.

I rischi climatici rappresentano la possibilità che fenomeni climatici attuali o futuri producano conseguenze negative su persone, attività, asset, infrastrutture e territori.

Il livello di rischio non dipende solo dall’intensità di un evento, ma dall’interazione tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità.

Comprendere questi fattori è essenziale per valutare gli impatti, definire le priorità di intervento e trasformare i dati climatici in decisioni operative.

In questo articolo approfondiremo:

Cosa sono i rischi climatici e da quali fattori dipendono

Il rischio climatico è la probabilità che un fenomeno climatico produca impatti negativi.

A differenza del pericolo climatico, che indica esclusivamente la possibilità che un evento si verifichi, il rischio misura gli effetti che quello stesso evento può generare in uno specifico contesto.

Il suo livello è determinato dalla combinazione tra quattro elementi:

Lo stesso evento può generare rischi diversi

Un’alluvione rappresenta un pericolo climatico. Il rischio dipende invece da ciò che può essere colpito, dal livello di vulnerabilità degli asset presenti e dalle conseguenze che un eventuale danno può produrre.

Per questo motivo lo stesso evento può avere impatti molto diversi. Un’alluvione che interessa un’infrastruttura critica può interrompere servizi essenziali, mentre la stessa alluvione in un’area meno esposta può causare conseguenze limitate.

Il rischio non dipende solo dall’evento climatico, ma anche dalle caratteristiche del territorio e degli elementi esposti.

Quali sono le principali categorie di rischio climatico

Rischi fisici acuti e cronici

I rischi fisici derivano dagli effetti diretti dei cambiamenti climatici su persone, infrastrutture e attività economiche.

Si distinguono in:

Questi fenomeni possono causare danni agli asset, interrompere la produzione, compromettere infrastrutture critiche e ridurre la continuità operativa.

Rischi di transizione

I rischi di transizione sono legati al percorso verso un’economia a basse emissioni di carbonio e non devono essere confusi con i rischi fisici.

Possono derivare da:

Per molte organizzazioni questi elementi possono influenzare investimenti, competitività e strategie di sviluppo tanto quanto gli impatti fisici degli eventi climatici.

Rischi di responsabilità

Sono i rischi legali e regolatori che derivano dalla mancata o inadeguata considerazione degli impatti climatici nelle decisioni aziendali, nella gestione del rischio e nella comunicazione verso gli stakeholder.

Si manifestano quando un’organizzazione non dimostra di aver identificato, valutato o gestito correttamente i rischi climatici, oppure quando le informazioni comunicate risultano incomplete, fuorvianti o non allineate alle evidenze disponibili.

Esempi di rischio climatico per infrastrutture e reti

CategoriaEsempio
RISCHI FISICI ACUTIUn incendio boschivo danneggia una linea aerea di trasmissione e richiede un intervento di emergenza
Una piena improvvisa allaga una sottostazione elettrica e sospende l’erogazione
Una frana danneggia il sedime ferroviario e impone la sospensione della circolazione
Un nubifragio allaga un sottopasso stradale rendendolo impraticabile
RISCHI FISICI CRONICILa siccità prolungata riduce la disponibilità idrica per il raffreddamento di impianti industriali
Le ondate di calore riducono la capacità di trasporto delle linee elettriche aeree
L’innalzamento del livello del mare minaccia sottostazioni e impianti costieri
L’aumento delle temperature medie accelera il degrado dell’asfalto e dei binari ferroviari
RISCHI DI TRANSIZIONENuovi obblighi di resilienza imposti dalla Direttiva CER ai gestori di reti energetiche
I requisiti CSRD impongono di quantificare l’esposizione fisica degli asset infrastrutturali
L’aumento dei costi assicurativi per infrastrutture in aree ad alto rischio climatico
Standard tecnici aggiornati richiedono interventi di adeguamento su linee e tratte esistenti
RISCHI DI RESPONSABILITÀUn gestore di rete non dimostra di aver mappato il rischio climatico ed è ritenuto responsabile di un’interruzione evitabile
Un’organizzazione comunica dati di sostenibilità non coerenti con l’effettiva esposizione al rischio e ne risponde a stakeholder e regulator
Un piano di adattamento non aggiornato espone l’azienda a contestazioni legali dopo un evento dannoso

Come i rischi climatici impattano imprese e impianti produttivi

Gli impatti dei rischi climatici non si limitano ai danni visibili sugli asset. Un evento estremo può compromettere la continuità operativa dell’organizzazione e produrre conseguenze economiche che si estendono ben oltre il sito direttamente colpito.

Per questo è importante distinguere tra:

Anche in assenza di danni strutturali rilevanti, un’organizzazione può subire:

A questi effetti si aggiungono le ripercussioni indirette su supply chain, logistica, fornitori e domanda, che possono amplificare gli impatti iniziali.

Un esempio concreto

Una frana interrompe l’unica strada di accesso a uno stabilimento manifatturiero.

L’impianto non subisce danni, ma i dipendenti non possono raggiungere il sito e le materie prime non vengono consegnate.

La produzione si arresta, gli ordini accumulano ritardi e l’azienda sostiene costi aggiuntivi pur in assenza di danni diretti agli asset.

Rischi climatici per infrastrutture e reti lineari

Per chi gestisce reti e infrastrutture distribuite, il rischio climatico non dipende solo dall’esposizione di un singolo asset.

La continuità del servizio è influenzata dall’interazione tra tratte, nodi e componenti strategiche, che possono reagire in modo diverso allo stesso evento climatico.

Una linea elettrica, una rete di trasmissione, un’infrastruttura stradale o ferroviaria e una rete di telecomunicazioni attraversano territori con caratteristiche molto diverse.

Allagamenti, frane, incendi boschivi, calore estremo, erosione o l’interruzione delle vie di accesso possono compromettere singoli elementi della rete e generare effetti che si propagano ben oltre il punto in cui si è verificato l’evento.

La resilienza di una rete si costruisce comprendendo come il rischio si distribuisce lungo le sue connessioni, non osservando i singoli asset in modo isolato.

Per questo l’analisi deve confrontare il livello di rischio dei diversi segmenti della rete, individuare i nodi più critici e definire le priorità di intervento.

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Rischi climatici in Italia e in Europa

Nel nostro Paese i rischi climatici non sono uniformi. Intensità ed esposizione cambiano in funzione della morfologia del territorio, delle condizioni climatiche locali, del livello di urbanizzazione e della presenza di infrastrutture.

Tra i principali fenomeni che interessano il territorio italiano rientrano:

Comprendere dove il rischio si concentra è ciò che permette di trasformare un’informazione climatica in una decisione operativa.

Lo stesso principio vale a scala europea. Le aree mediterranee, alpine, costiere e continentali presentano profili di rischio differenti e richiedono valutazioni specifiche.

La prima European Climate Risk Assessment dell’European Environment Agency identifica 36 principali rischi climatici per l’Europa, tra cui i 7 che interessano direttamente le infrastrutture:

  1. Alluvioni pluviali e fluviali
  2. Alluvioni costiere
  3. Danni a infrastrutture ed edifici
  4. Interruzione dell’energia a causa di calore e siccità (hotspot: Europa meridionale)
  5. Interruzione dell’energia a causa di alluvioni
  6. Trasporto marittimo
  7. Trasporto terrestre

Per questo le valutazioni del rischio non possono basarsi su analisi uniformi.

Una lettura ad alta granularità geografica consente di confrontare territori, individuare le aree più esposte e supportare decisioni più efficaci per la protezione di asset e infrastrutture.

Dalla valutazione alla gestione operativa con climate intelligence e analytics

La climate intelligence integra dati climatici storici e previsionali, scenari, modelli scientifici, immagini satellitari, dati geospaziali e informazioni tecniche sugli asset per trasformarli in una lettura operativa del rischio.

Consente di individuare dove si concentra il rischio, come può evolvere nel tempo e quali asset richiedono interventi prioritari.

Questo approccio supporta decisioni come:

Quando il rischio diventa misurabile, diventa anche gestibile.

Le condizioni di rischio cambiano nel tempo. Per questo analisi e priorità devono essere aggiornate in modo continuo per riflettere l’evoluzione di clima, territorio e asset.

Airis è la piattaforma di climate intelligence sviluppata da Eoliann per trasformare dati climatici complessi in decisioni operative.

Integrando dati climatici, geospaziali e asset-level, consente di analizzare il rischio fisico su infrastrutture e asset strategici, visualizzarne l’evoluzione nei diversi scenari climatici e definire priorità di intervento per supportare manutenzione, investimenti, continuità operativa e strategie di adattamento.

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La Climate Risk Analysis è il processo che consente di identificare, analizzare e quantificare gli impatti dei cambiamenti climatici su attività, asset, infrastrutture e reti.

Integrando dati climatici, geospaziali e informazioni operative, trasforma il rischio in indicazioni utili per supportare le decisioni, proteggere la continuità operativa e pianificare interventi di adattamento.

Quando il rischio viene letto nel contesto in cui operano persone, asset e territori, diventa una guida per decidere con maggiore consapevolezza.

In questo articolo approfondiremo:

Che cos’è la Climate Risk Analysis e quali rischi considera

La Climate Risk Analysis valuta come gli eventi climatici possano influenzare il funzionamento di organizzazioni, infrastrutture e sistemi produttivi. L’obiettivo è stimare gli impatti potenziali per individuare le priorità di intervento e supportare decisioni più efficaci.

L’analisi considera due categorie di rischio.

I rischi fisici, centrali per la gestione di asset e infrastrutture, comprendono:

Questi fenomeni possono compromettere continuità operativa, sicurezza, prestazioni e costi di gestione. Facciamo alcuni esempi concreti:

Ai rischi fisici si affiancano i rischi di transizione, legati all’evoluzione normativa, tecnologica e di mercato, che possono incidere sul valore degli asset e sulle strategie aziendali.

Comprendere dove il rischio può interrompere il funzionamento di un sistema è il primo passo per costruire una resilienza concreta.

Quali dati servono per analizzare il rischio climatico

Una Climate Risk Analysis efficace nasce dall’integrazione di dati provenienti da fonti diverse. I dati climatici storici consentono di analizzare gli eventi osservati, mentre gli scenari climatici previsionali permettono di stimarne l’evoluzione su differenti orizzonti temporali.

Queste informazioni vengono integrate con dati geospaziali e territoriali, come immagini satellitari, modelli digitali del terreno, cartografia e caratteristiche del territorio, insieme alle informazioni specifiche degli asset, tra cui localizzazione, caratteristiche tecniche, stato manutentivo e criticità operative.

L’analisi mette in relazione quattro elementi fondamentali.

ComponenteSignificato
Pericolosità climatica (Hazard)Probabilità e intensità del fenomeno climatico.
Esposizione (Exposure)Presenza di asset nelle aree interessate.
Vulnerabilità (Vulnerability)Sensibilità dell’asset e capacità di resistere all’evento.
Impatto potenziale (Impact)Conseguenze fisiche, operative ed economiche derivanti dall’interazione tra le tre componenti precedenti.

Il valore dei dati non dipende dalla loro quantità, ma dalla capacità di trasformarli in decisioni che rendono infrastrutture e territori più resilienti.

La qualità della Climate Risk Analysis dipende dalla capacità di integrare dati climatici e informazioni specifiche dell’organizzazione, trasformandoli in una valutazione del rischio realmente utile per definire priorità di intervento e strategie di adattamento.

Scopri come Airis integra questi elementi in un unico modello e restituisce un impatto misurabile per ogni asset.

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Come si svolge una Climate Risk Analysis

Una Climate Risk Analysis segue un processo strutturato che trasforma dati climatici e geospaziali in informazioni utili per valutare il rischio e definire le priorità di intervento.

Definire il perimetro dell’analisi

La prima fase consiste nel definire l’ambito della valutazione, individuando:

Il perimetro può includere una sottostazione esposta a rischio alluvionale, un tratto di binario soggetto a deformazione nei giorni di calore estremo, o una galleria stradale su un versante instabile.

Vengono inoltre stabiliti gli orizzonti temporali e gli scenari climatici più coerenti con gli obiettivi dell’organizzazione.

Analizzare esposizione e vulnerabilità

Per ogni elemento vengono analizzati:

Questa fase permette di comprendere dove il rischio può produrre gli impatti più significativi.

Quantificare e prioritizzare i rischi

L’ultima fase consiste nel stimare:

I rischi vengono quindi classificati in base alla loro rilevanza e trasformati in:

In questo modo l’analisi supporta la pianificazione degli interventi e l’allocazione delle risorse.

Climate Risk Analysis per asset, infrastrutture e reti lineari

L’analisi di un singolo asset richiede un approccio diverso rispetto a quella di un’infrastruttura distribuita sul territorio.

Una rete lineare non può essere valutata come la semplice somma di punti indipendenti. È necessario considerare:

Proteggere una rete significa comprendere come il rischio si propaga lungo le sue connessioni, non soltanto dove si manifesta.

Airis analizza queste dinamiche a livello di singolo asset e di rete estesa, individuando i tratti più esposti.

Questo approccio è particolarmente utile per:

Trova applicazione anche nelle telecomunicazioni e in altre infrastrutture distribuite, consentendo di confrontare numerosi segmenti di rete, identificare quelli più esposti e definire le priorità di intervento.

Climate Risk Analysis, CSRD, TCFD e doppia materialità

La Climate Risk Analysis supporta reporting, governance e pianificazione strategica, aiutando le organizzazioni a valutare gli impatti finanziari che i cambiamenti climatici possono avere su asset, infrastrutture e continuità operativa.

Contribuisce inoltre alla valutazione della doppia materialità, considerando:

Le informazioni prodotte rappresentano un supporto per i requisiti della CSRD e per le raccomandazioni della TCFD, integrando il rischio climatico nei processi decisionali senza limitarsi al solo adempimento normativo.

Dall’analisi del rischio alle decisioni per la resilienza climatica

I risultati della Climate Risk Analysis consentono di:

L’analisi deve essere aggiornata periodicamente per integrare nuovi dati climatici, scenari previsionali e cambiamenti degli asset.

Il dato climatico crea valore quando viene trasformato in decisioni operative che aumentano la resilienza di asset, infrastrutture e territori.

Con Airis, Eoliann mette a disposizione una piattaforma che integra dati climatici, informazioni geospaziali e caratteristiche degli asset in un unico ambiente di analisi.

Grazie a modelli di rischio ad alta risoluzione, consente di valutare l’evoluzione dei rischi fisici in diversi scenari climatici e di individuare le aree che richiedono interventi prioritari.

La piattaforma supporta organizzazioni e gestori di infrastrutture nel:

Scopri come trasformare il rischio climatico in decisioni operative.

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FAQ

Che differenza c’è tra Climate Risk Analysis e Climate Risk Assessment?

I due termini sono spesso utilizzati come sinonimi. In generale, la Climate Risk Analysis è più focalizzata sull’elaborazione e sulla quantificazione dei dati, mentre il Climate Risk Assessment comprende l’intero processo di valutazione del rischio.

Quali sono i principali rischi climatici per imprese e infrastrutture?

I principali rischi comprendono rischi fisici e rischi di transizione. Tra i rischi fisici rientrano alluvioni, incendi boschivi, raffiche di vento, frane, piogge estreme, siccità, caduta alberi e ondate di calore.

Quali dati vengono utilizzati in una Climate Risk Analysis?

Una Climate Risk Analysis integra dati climatici storici e previsionali, scenari climatici, dati geospaziali, immagini satellitari e informazioni specifiche sugli asset.

Come si analizza il rischio climatico di una rete lineare?

L’analisi considera la continuità geografica della rete, i nodi critici, le tratte più vulnerabili, le interdipendenze tra gli asset e i possibili effetti a cascata.

In che modo la Climate Risk Analysis supporta CSRD e doppia materialità?

Supporta la valutazione dei rischi finanziari legati al clima, il reporting di sostenibilità e la pianificazione strategica, contribuendo anche all’analisi della doppia materialità.

Ogni quanto deve essere aggiornata una Climate Risk Analysis?

L’analisi dovrebbe essere aggiornata periodicamente e ogni volta che cambiano dati climatici, scenari, asset o perimetro operativo.

La Direttiva CER introduce un nuovo approccio alla resilienza dei soggetti critici, chiedendo di valutare e gestire i rischi che possono compromettere la continuità dei servizi essenziali.

La Direttiva UE 2022/2557, recepita in Italia con il D.Lgs. 134/2024, entra nel vivo nel 2026 con l’individuazione dei soggetti critici e l’avvio degli obblighi operativi.

Per le organizzazioni non basta più dimostrare la conformità normativa.

Diventa necessario comprendere come eventi naturali, cambiamenti climatici e altri fattori di rischio possano influenzare infrastrutture e servizi essenziali.

In questo articolo analizziamo cosa prevede la normativa e quali implicazioni ha per energia, trasporti e infrastrutture di telecomunicazione.

Direttiva CER: cos’è e perché il 2026 è un anno decisivo

La Direttiva CER (Critical Entities Resilience), ovvero la Direttiva UE 2022/2557, è la normativa europea che rafforza la resilienza dei soggetti critici chiamati a garantire servizi essenziali.

L’obiettivo è migliorare la capacità di prevenire, resistere, rispondere e riprendersi da eventi che potrebbero comprometterne il funzionamento.

La direttiva supera il precedente concetto di infrastruttura critica e introduce quello più ampio di soggetto critico, includendo le organizzazioni che erogano servizi essenziali per il funzionamento della società e dell’economia.

In Italia la normativa è stata recepita con il D.Lgs. 134/2024, che definisce il percorso di attuazione nazionale della resilienza dei soggetti critici.

Il 2026 segna l’avvio della fase operativa della Direttiva CER. Le principali scadenze previste sono:

Questo processo si inserisce nella prima “Strategia nazionale per la resilienza dei soggetti critici”, prevista dal decreto di recepimento e finalizzata a rafforzare la capacità del Paese di affrontare rischi naturali, tecnologici e di altra natura.

Quali obblighi comporta l’adeguamento alla Direttiva CER

Gli obblighi in breve

  1. Valutare i rischi che possono interrompere i servizi essenziali.
  2. Individuare asset, funzioni e interdipendenze critiche.
  3. Adottare misure tecniche e organizzative proporzionate.
  4. Predisporre e aggiornare il piano di resilienza.
  5. Gestire e notificare gli incidenti rilevanti.

Principali obblighi per i soggetti critici

Un soggetto viene identificato come soggetto critico quando eroga uno o più servizi essenziali, opera attraverso infrastrutture presenti sul territorio nazionale e un’interruzione delle proprie attività potrebbe produrre effetti negativi rilevanti per la collettività o per il sistema economico.

La definizione è contenuta all’articolo 2, comma 1 (lettera a) del D.Lgs. 134/2024: “«soggetto critico»: un soggetto pubblico o privato individuato, ai sensi dell’articolo 8, nell’ambito delle categorie di soggetti che operano nei settori e sottosettori di cui all’allegato A, che costituisce parte integrante del presente decreto”.

Per questi soggetti la Direttiva CER introduce un insieme di obblighi che vanno oltre la semplice conformità documentale.

Ogni organizzazione deve:

L’adeguamento alla Direttiva CER non coincide con la produzione di documenti. La valutazione dei rischi deve tradursi in interventi concreti, proporzionati al livello di esposizione e orientati a garantire la continuità dei servizi essenziali.

Cosa significa la Direttiva CER per energia, trasporti e telecomunicazioni

La Direttiva CER adotta un approccio multirischio, che comprende anche eventi naturali e cambiamenti climatici.

La resilienza non riguarda solo la sicurezza fisica o informatica, ma anche la capacità delle infrastrutture di continuare a operare durante eventi come alluvioni, incendi, ondate di calore, frane o fenomeni meteorologici estremi.

Energia

Nel settore energetico la valutazione riguarda impianti di produzione, sottostazioni, linee elettriche e reti di distribuzione.

La Direttiva CER richiede di identificare gli asset maggiormente esposti a fenomeni come alluvioni, caldo estremo, incendi, vento intenso, frane e siccità, valutandone il potenziale impatto sulla continuità del servizio.

Queste analisi supportano la definizione delle priorità di manutenzione, degli interventi di protezione, della ridondanza delle infrastrutture e delle misure di adattamento climatico.

Trasporti

Per il settore dei trasporti l’attenzione si concentra su reti ferroviarie e stradali, porti, aeroporti e principali nodi logistici.

L’obiettivo è individuare le tratte e le infrastrutture maggiormente vulnerabili agli eventi naturali, valutando le possibili interruzioni del servizio, l’accessibilità delle reti e la disponibilità di percorsi alternativi.

Queste informazioni consentono di pianificare gli investimenti e rafforzare la continuità operativa delle infrastrutture più strategiche.

Telecomunicazioni

Per i soggetti formalmente individuati come critici, la valutazione riguarda torri, stazioni radio base, nodi di rete e collegamenti distribuiti. In Italia, tuttavia, il D.Lgs. 134/2024 prevede per i soggetti critici di questo settore l’applicazione della specifica disciplina settoriale e non dei principali obblighi operativi CER.

La valutazione del rischio climatico richiede di individuare gli asset maggiormente esposti a caldo estremo, vento, incendi, frane e alluvioni, considerando anche le dipendenze energetiche, territoriali e logistiche.

Queste analisi supportano la definizione delle priorità di manutenzione, degli interventi di protezione, della ridondanza della rete e delle misure di adattamento necessarie a garantire la continuità del servizio.

Come Airis supporta la valutazione e la gestione del rischio climatico

La Direttiva CER richiede di valutare il rischio naturale in modo strutturato, considerando l’esposizione degli asset e la loro capacità di garantire la continuità dei servizi essenziali.

Le analisi basate esclusivamente sui dati storici non sono sufficienti.

I cambiamenti climatici stanno modificando frequenza, intensità e distribuzione degli eventi estremi, rendendo necessario integrare scenari futuri e valutazioni previsionali.

Airis è la piattaforma di Eoliann che rende i rischi climatici prevedibili attraverso l’analisi della probabilità, dell’intensità e dell’impatto fisico ed economico degli eventi su asset e reti infrastrutturali.

La piattaforma integra dati satellitari, informazioni geospaziali e modelli proprietari di intelligenza artificiale per analizzare sia le condizioni attuali sia gli scenari climatici futuri, con una copertura europea e proiezioni fino al 2050.

Airis è progettata per gestire sia asset puntuali, come impianti e sottostazioni, sia infrastrutture lineari, come reti elettriche, strade e ferrovie. Questo permette di valutare portafogli estesi di asset mantenendo una lettura omogenea del rischio.

L’analisi restituisce mappe di esposizione, confronta gli scenari climatici e individua gli hotspot in cui gli impatti attesi risultano più significativi.

Gli asset vengono classificati in funzione della loro vulnerabilità e del potenziale impatto sulla continuità operativa, così da supportare la definizione delle priorità di intervento.

Queste informazioni aiutano i gestori delle infrastrutture a:

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Airis e Direttiva CER

Esigenza della Direttiva CERIl supporto di Airis
Valutare il rischio naturale sugli asset criticiAnalizza probabilità, intensità e impatto fisico ed economico degli eventi climatici.
Superare le analisi basate solo sui dati storiciIntegra scenari climatici futuri e proiezioni fino al 2050.
Analizzare portafogli complessi di assetGestisce asset puntuali e infrastrutture lineari su un’unica piattaforma.
Individuare gli asset più vulnerabiliClassifica gli asset in base all’esposizione e al potenziale impatto sulla continuità operativa.
Identificare le aree più criticheRestituisce mappe di esposizione e individua gli hotspot di rischio.
Definire le priorità di interventoSupporta la prioritizzazione di manutenzione, investimenti e misure di resilienza.
Pianificare interventi di adattamentoConfronta scenari climatici attuali e futuri per orientare le decisioni.
Basare le decisioni su dati oggettiviCombina dati satellitari, informazioni geospaziali e modelli proprietari di intelligenza artificiale.

Valuta il rischio climatico dei tuoi asset.

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FAQ

Che cos’è la Direttiva CER?

La Direttiva CER (Critical Entities Resilience) è la normativa europea che rafforza la resilienza dei soggetti critici che gestiscono servizi essenziali. Richiede di valutare i rischi, adottare misure di protezione e predisporre piani per garantire la continuità operativa.

Quali obblighi prevede la Direttiva CER per i soggetti critici?

I soggetti critici devono valutare i rischi naturali e antropici, individuare gli asset essenziali, adottare misure di resilienza, predisporre un piano di resilienza e notificare gli incidenti rilevanti secondo quanto previsto dalla normativa.

Qual è la differenza tra Direttiva CER e Direttiva NIS2?

La Direttiva CER riguarda la resilienza fisica e operativa dei soggetti critici rispetto a eventi naturali e altre minacce. La Direttiva NIS2 disciplina invece la sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. Le due normative affrontano aspetti diversi ma complementari della resilienza delle infrastrutture.

La Direttiva CER si applica anche alle infrastrutture di telecomunicazione?

Sì. Le infrastrutture digitali rientrano tra i settori individuati dalla Direttiva CER. In Italia, tuttavia, ai soggetti critici di questo settore si applica la specifica disciplina settoriale e non i principali obblighi operativi previsti dalla CER.

Con quale frequenza deve essere aggiornata la valutazione dei rischi?

La Direttiva CER richiede che la valutazione dei rischi venga mantenuta aggiornata e rivista periodicamente, oltre che in occasione di cambiamenti rilevanti che possano modificare il profilo di rischio dell’organizzazione o delle infrastrutture.

Come possono i modelli predittivi supportare la resilienza delle infrastrutture critiche?

I modelli predittivi permettono di stimare come il rischio climatico possa evolvere nel tempo e quale impatto potenziale possa avere sugli asset. Integrando dati satellitari, informazioni geospaziali e scenari climatici futuri, supportano la prioritizzazione degli interventi, la pianificazione della manutenzione e le decisioni di adattamento, rafforzando la continuità dei servizi essenziali.

Se negli ultimi anni vi è sembrato che le alluvioni colpissero più spesso e con effetti più gravi, i numeri confermano la vostra percezione: in Europa, negli ultimi trenta anni i danni economici hanno superato i 170 miliardi di euro (Re Soil Foundation / MIIR – The multiple impact of the devastating floods in Europe), con una frequenza degli eventi estremi in aumento rispetto alla media del secolo scorso.
Misurare il rischio alluvionale, modellarlo e comprenderlo significa mettere chi gestisce infrastrutture critiche nelle condizioni di prevedere e prevenire il suo impatto futuro su asset, territori e comunità.
Dove può arrivare l’acqua? Con quale profondità? Con quale probabilità? E come possono cambiare queste condizioni negli scenari climatici futuri?
In questo articolo entriamo nel merito di questa catena tecnica: come si stima il pericolo alluvionale, quali approcci esistono, quali sono i loro punti di forza e quali limiti è necessario conoscere per interpretare correttamente i risultati. 

Per stimare un rischio climatico alluvionale servono tre elementi distinti, che gli esperti del settore identificano con pericolo, esposizione e vulnerabilità.
Il pericolo (hazard in inglese) è la pericolosità del fenomeno fisico, e stima ad esempio dove può arrivare l’acqua in caso di esondazione fluviale, che livello raggiunga e con che frequenza il fenomeno può ripresentarsi.
L’esposizione (exposure) definisce ciò che si trova in quell’area (edifici, reti, persone).
La vulnerabilità (vulnerability) indica quanto questi elementi siano fragili rispetto all’intensità dell’evento in questione.
Se la stima di questi tre elementi è già intrinsecamente difficile, il cambiamento climatico aggiunge un ulteriore fattore di complessità, modificando la componente di pericolo nel futuro. Per proiettare il rischio alluvionale nel futuro è necessario sapere quali saranno le condizioni climatiche nei prossimi anni. A tal proposito si usano scenari climatici condivisi a livello internazionale, i cosiddetti SharedSocioeconomic Pathways (SSP), rappresentazioni future plausibili del clima ottenute a partire da ipotesi su emissioni, crescita demografica e sviluppo economico. 

Una stima di rischio alluvionale oggi segue una catena logica che parte dagli asset e produce indicatori socio-econometrici utilizzabili per prendere decisioni informate.
Il primo passo è la localizzazione degli elementi da valutare (geocoding): un impianto, un tratto di rete, un edificio pubblico. Questa informazione viene quindi sovrapposta alle mappe di pericolosità, che descrivono dove l’acqua può estendersi, con quale profondità e con quale probabilità. 

Oggi le mappe di pericolosità vengono costruite soprattutto attraverso due metodologie prevalenti: le simulazioni numeriche, radicate nella fisica del fenomeno, e i modelli di intelligenza artificiale, che sfruttano archivi satellitari sempre più ampi per stimare il rischio su scale geografiche più estese. 

Il primo approccio si basa su un modello idrologico (spesso un modello matematico) che traduce le precipitazioni in portata, cioè nella quantità d’acqua che scorre nel fiume in un dato momento in risposta alla pioggia caduta nel bacino a monte. Successivamente, un modello idraulico, spesso in configurazione 1D (lungo il corso d’acqua) o 2D (sull’intera piana alluvionale), simula dove si diffonde l’acqua, quanto è profonda e con quale velocità scorre. Questi modelli incorporano vincoli fisici reali (topografia, argini, ponti, scarichi), e sono molto preziosi per le analisi locali ad alta risoluzione. Il loro limite principale è però la scalabilità: sono lenti, costosi e difficili da estendere a interi bacini o a copertura continentale. 

Per rispondere all’esigenza di scalare l’analisi su aree sempre più vaste, negli ultimi anni si è diffuso un secondo approccio, quello che adottiamo e sviluppiamo in Eoliann, basato su tecnologie emergenti che combinano modelli di intelligenza artificiale con dati satellitari sempre più ricchi e diffusi. A differenza delle simulazioni numeriche, che partono da equazioni fisiche e da dati di dettaglio locale, questo metodo si appoggia soprattutto a osservazioni del territorio viste dall’alto: immagini radar SAR (Synthetic Aperture Radar), che possono rilevare la presenza dell’acqua anche attraverso la nuvolosità, modelli digitali del terreno che descrivono la morfologia del suolo o ne derivano le proprietà, e archivi di inondazioni passate che documentano dove l’acqua si è effettivamente estesa in eventi precedenti. In pratica, il satellite non misura direttamente il rischio alluvionale, ma fornisce informazioni spaziali continue su un’area molto ampia (spesso continentale o globale) che altrimenti sarebbe impossibile coprire con la stessa rapidità. 

Queste informazioni devono poi essere opportunamente processate da un modello di intelligenza artificiale addestrato per riconoscere i pattern che legano le caratteristiche meteo-climatiche, morfologiche e antropiche al rischio alluvionale. Tale addestramento, noto come training, è il cuore di questo approccio: si forniscono al modello da addestrare migliaia di esempi in cui sono note sia le condizioni di input (precipitazioni, quota del terreno, urbanizzazione, vicinanza ai corsi d’acqua, etc.) sia l’esito osservato (estensione, profondità o velocità dell’inondazione). Il modello impara progressivamente a riconoscere quali combinazioni di fattori si associano a inondazioni di diversa intensità, senza che lo sviluppatore debba codificare esplicitamente ogni legame fisico. Una volta addestrato, il modello può essere usato per fare inferenza: applicato a un’area nuova, stima la pericolosità alluvionale sulla base di ciò che ha imparato dagli esempi precedenti. Il più grande vantaggio è la velocità: una volta costruito, può produrre mappe di rischio su vaste estensioni geografiche in tempi molto inferiori rispetto a una catena idrologica-idraulica completa. Allo stesso tempo, è chiaro il limite:la qualità dell’output dipende dalla qualità e dalla rappresentatività dei dati con cui il modello è stato addestrato. Se ad un modello viene chiesto di stimare il rischio alluvionale in un contesto eccessivamente diverso dagli esempi visti durante la fase di addestramento, la stima rischia di essere meno affidabile. 

Il vero potenziale, però, non sta nel sostituire le simulazioni numeriche, ma nel combinarle. Le mappe basate su intelligenza artificiale e dati satellitari offrono copertura e velocità; le simulazioni fisiche offrono precisione locale e interpretabilità. Usate insieme, possono compensare i rispettivi limiti: il modello satellitare può fornire informazioni territoriali di contesto sulle condizioni di un possibile pericolo alluvionale, mentre le simulazioni numeriche possono validare o servire da addestramento per le stime del modello di intelligenza artificiale, soprattutto nei punti critici come argini, infrastrutture o bacini con difese idrauliche complesse. In questo approccio ibrido, l’intelligenza artificiale non scopre leggi fisiche ignorate alla scienza: riconosce pattern statistici nei dati. Per questo, nel lavoro che facciamo in Eoliann, li consideriamo strumenti complementari. 

I paragrafi precedenti descrivono come si misura il pericolo alluvionale: dove può arrivare l’acqua, con quale intensità e con quale frequenza. Ma il pericolo da solo non basta a stimare il rischio. Servono due ulteriori informazioni: l’esposizione, cioè cosa si trova nell’area potenzialmente allagata (edifici, infrastrutture, persone); e la vulnerabilità, cioè quanto questi elementi siano fragili di fronte a un’inondazione di data intensità. Senza esposizione e vulnerabilità, una mappa di pericolosità resta una descrizione del fenomeno fisico, non una base per decidere. Qui entrano in gioco le curve danno-profondità: relazioni empiriche che collegano la profondità dell’acqua al danno atteso su un asset o su un’attività. Applicandole a ciascun asset esposto e combinando opportunamente le informazioni di pericolo e vulnerabilità, si ottengono diversi indicatori econometrici, come ad esempio l’Expected Annual Damage (EAD), cioè il danno medio annuo atteso. Questa è una delle metriche utilizzata più spesso per confrontare rischi diversi, prioritizzare interventi o alimentare analisi assicurative e di investimento. Gli ultimi passaggi sono la proiezione su scenari climatici futuri e la validazione, cioè il confronto dei risultati con eventi osservati o con mappe ufficiali delle autorità, dove disponibili, per verificare se i risultati del modello siano solidi abbastanza da supportare una decisione. 

Nonostante progressi tecnologici e metodologici significativi, la stima del rischio alluvionale presenta ancora limiti strutturali.
Il primo riguarda i dati: la qualità, la risoluzione e le informazioni su argini, muri e difese idrauliche restano disomogenee tra paesi e bacini, con il rischio di introdurre distorsioni e bias nelle stime.
Il secondo riguarda l’incertezza associata alle stime climatiche dei modelli regionali e globali, spesso elevata soprattutto su scala locale. Qui serve una precisazione: le metodologie di stima del pericolo alluvionale descritte in precedenza possono essere molto accurate sul dettaglio locale, ma rischiano di essere poco precise se i dati di input (come, ad esempio, le stime dei modelli climatici) sono altamente incerti. In altre parole, il modello può simulare o predire bene l’inondazione, ma la sua stima sarà comunque condizionata dall’incertezza sui dati meteo-climatici in input. Non è un dettaglio tecnico: significa che due analisi sullo stesso asset, con ipotesi climatiche diverse ma entrambe plausibili, possono arrivare a risultati anche distanti tra loro. Per questo, le stime di rischio alluvionale non si basano di solito su un singolo modello climatico, ma su un insieme di modelli (un cosiddetto ensemble), permettendo di ridurre il rischio di errori sistematici legati a un singolo approccio. Stimare, verificare e comunicare questa incertezza fa parte del lavoro. 

Di fronte a questi limiti, in Eoliann stiamo costruendo una direzione diversa.
Un framework ibrido che mette insieme, in un unico flusso operativo, fisica del fenomeno, dati geospaziali ad alta risoluzione, modelli probabilistici e di intelligenza artificiale e requisiti regolatori.
Non si tratta di ripartire da zero, gran parte degli ingredienti esiste già: modelli idrologico-idraulici consolidati, mappe satellitari, archivi climatici, standard normativi. Il nostro lavoro consiste nel farli dialogare tra loro in modo nuovo: prendere il meglio di ciascun approccio, riconoscerne i limiti e ricombinarli in un sistema che sia più di quanto ogni componente possa offrire da sola. Le simulazioni numeriche restano il riferimento per la precisione locale e, dove necessario, per generare o validare esempi di addestramento del modello di intelligenza artificiale. I dati satellitari ampliano la copertura e forniscono informazioni di contesto territoriale sulle condizioni che possono precedere un’inondazione. L’intelligenza artificiale permette una stima del rischio alluvionale in tempo quasi reale e accelera la copertura dove serve scala. A questo si aggiungono i record di eventi alluvioni passati per validare il framework e i requisiti regolatori per garantire trasparenza e aggiornabilità. Sul fronte dell’incertezzastiamo lavorando per l’integrazione di modelli ensemble.
Il senso del nostro approccio ibrido è tutto qua: utilizzare il meglio di ciascuna componente per determinare il rischio alluvionale nel modo più accurato possibile trasformando l’informazione in conoscenza utile in chiave decisionale, per chi oggi ha la responsabilità di scegliere per il futuro di territori e comunità.


Questo articolo è a cura della Climate Risk Models Unit di Eoliann e inaugura la rubrica “Eoliann Lens”, una serie di approfondimenti sulla tecnologia e sulle metodologie che stanno dietro al nostro lavoro. 

In due articoli precedenti abbiamo analizzato elementi fondamentali: il Climate Risk Assessment come processo per valutare esposizione e vulnerabilità, e il Climate Risk Model, che trasforma dati in valutazioni quantitative del rischio.

Resta però una domanda fondamentale: come rendere queste analisi accessibili, aggiornabili e utilizzabili da chi deve prendere decisioni ogni giorno?

È qui che entra in gioco un Climate Risk Assessment Tool, una piattaforma che permette di integrare dati climatici, geospaziali e operativi per identificare gli asset più esposti, stimarne la vulnerabilità, confrontare scenari futuri e definire priorità di intervento.

Con lo strumento giusto, analisi complesse diventano informazioni utili a team diversi, dal risk management all’asset management, fino a chi si occupa di operations, manutenzione, sostenibilità e pianificazione strategica.

In questa guida approfondiamo tutto ciò che riguarda un Climate Risk Assessment Tool:

Cos’è un Climate Risk Assessment Tool e quali sono i suoi benefici

Un Climate Risk Assessment Tool è una piattaforma digitale progettata per analizzare, visualizzare e prioritizzare i rischi climatici fisici che possono influenzare asset, infrastrutture e attività operative.

Per produrre valutazioni realmente utili deve integrare informazioni provenienti da fonti diverse, tra cui:

Per comprendere il suo ruolo è utile collegarlo ai concetti introdotti negli articoli precedenti.

Il Climate Risk Assessment definisce il processo di valutazione del rischio.
Il Climate Risk Model elabora scenari, probabilità e possibili impatti.
Il Climate Risk Assessment Tool rende queste informazioni accessibili e utilizzabili da persone, team e funzioni aziendali differenti. È il punto di incontro tra analisi e decisione.

Il vero valore emerge quando il rischio smette di descrivere ciò che potrebbe accadere e inizia a orientare ciò che possiamo fare.

Benefici della piattaforma

Per chi gestisce asset e infrastrutture, i vantaggi più concreti sono:

Quando il rischio diventa leggibile nel contesto degli asset, diventa anche più semplice individuare dove intervenire oggi per ridurre gli impatti di domani.

Sapere che un territorio è esposto a precipitazioni estreme è utile. Capire quali asset possono essere coinvolti, con quali conseguenze operative e in quale orizzonte temporale, rende quell’informazione utilizzabile nelle decisioni.

Funzionalità di un Climate Risk Assessment Tool

Non tutte le piattaforme offrono lo stesso livello di supporto alle decisioni.

La scelta di un Climate Risk Assessment Tool non dovrebbe basarsi esclusivamente sull’interfaccia o sulla qualità delle visualizzazioni. Ciò che conta davvero è la capacità di supportare decisioni operative, finanziarie e strategiche attraverso dati affidabili e analisi contestualizzate sugli asset.

È proprio attraverso funzionalità specifiche che dati e analisi diventano strumenti concreti a supporto delle decisioni. Tra le più rilevanti troviamo:

Asset mapping

Permette di caricare e geolocalizzare gli asset, classificandoli in base a tipologia, criticità e funzione operativa.

Un gestore ferroviario, ad esempio, può visualizzare l’intera rete e distinguere le tratte strategiche da quelle secondarie per valutarne il diverso livello di esposizione.

Hazard screening

Consente di analizzare i principali fenomeni climatici rilevanti per il contesto operativo:

L’obiettivo è comprendere quali minacce richiedono maggiore attenzione e dove si concentrano.

Scenario analysis

Permette di confrontare scenari climatici differenti e valutare come il rischio possa evolvere nel tempo.

Per un’infrastruttura energetica, ad esempio, può significare confrontare il livello di esposizione attuale con quello previsto al 2030 o al 2050.

Risk scoring

Attribuisce punteggi di rischio agli asset sulla base di esposizione, vulnerabilità e potenziali impatti.

Questo consente di individuare rapidamente gli elementi più critici e definire priorità di intervento.

Data visualization

Mappe interattive, dashboard e indicatori sintetici aiutano a trasformare dati complessi in informazioni leggibili da team diversi.

Economic impact assessment

Permette di valutare possibili danni economici, downtime operativi e conseguenze sui costi di investimento o gestione.

Export e integrazione

Le piattaforme più evolute consentono l’esportazione dei dati, l’utilizzo di API e l’integrazione con sistemi aziendali esistenti.

Come ogni funzionalità contribuisce alle decisioni

FunzionalitàObiettivoValore per l’azienda
Asset mappingLocalizzare gli assetCapire dove si concentra il rischio
Hazard screeningAnalizzare eventi climaticiIdentificare minacce prioritarie
Scenario analysisSimulare futuri possibiliPianificare investimenti resilienti
Risk scoringOrdinare le prioritàAllocare budget in modo mirato
DashboardVisualizzare insightFacilitare decisioni cross-team

Integrazione dati meteo-climatici

Nell’articolo dedicato al Climate Risk Model abbiamo visto come dati climatici e geospaziali rappresentino gli input necessari per costruire le analisi di rischio. Quando si valuta un Climate Risk Assessment Tool, i dati diventano un criterio per comprendere se è in grado di fornire analisi affidabili, aggiornate e coerenti con il caso d’uso.

Per questo è importante comprendere quali tipologie di dati vengono integrate e come vengono utilizzate:

La qualità di un tool si misura nella capacità di trasformare dati diversi in una lettura unica e coerente del rischio.

Checklist per valutare l’integrazione dati meteo-climatici

CriterioDomanda da porsi
GranularitàIl dato è abbastanza preciso per valutare il singolo asset?
CoperturaIl tool copre le aree geografiche rilevanti?
AggiornamentoI dataset sono aggiornati e monitorabili nel tempo?
ScenarioSono disponibili orizzonti temporali futuri?
TrasparenzaÈ chiaro da dove provengono i dati?

Oltre a questi aspetti è importante valutare copertura geografica, frequenza di aggiornamento, gestione dell’incertezza e coerenza metodologica delle analisi.

Differenza tra tool generici e soluzioni enterprise

La scelta di una piattaforma non dipende soltanto dalle funzionalità disponibili, ma soprattutto dal tipo di decisioni che deve supportare.

Una valutazione preliminare del rischio richiede esigenze diverse rispetto alla gestione di reti, impianti e asset distribuiti sul territorio. Per questo, nella pratica, è utile distinguere tra tool generici e soluzioni enterprise.

Tool generici

I tool generici sono spesso utilizzati per ottenere una prima lettura del rischio climatico.

Generalmente si basano su indicatori sintetici e consentono di individuare rapidamente le aree potenzialmente più esposte a determinati fenomeni climatici.

Per questo risultano particolarmente utili nelle attività di:

Pur offrendo una panoramica efficace del rischio, presentano alcuni limiti quando le decisioni riguardano asset specifici, continuità operativa o pianificazione degli investimenti.

Soluzioni enterprise

Le soluzioni enterprise sono progettate per supportare organizzazioni che gestiscono asset multipli, infrastrutture critiche e processi decisionali articolati.

Consentono di integrare dati climatici, territoriali e aziendali all’interno di un unico ambiente di analisi, lavorando fino al livello del singolo asset.

Tra le principali caratteristiche troviamo:

Queste piattaforme trovano applicazione in ambiti come:

Confronto e differenze tra tool generici ed enterprise

AspettoTool genericoSoluzione enterprise
Livello di dettaglioAlto livelloAsset-level
Integrazione datiLimitataAPI, sistemi interni, dataset multipli
OutputScore sinteticiInsight decisionali e scenari
UtentiSingoli teamFunzioni aziendali integrate
Uso principaleScreeningPianificazione e investimento

La differenza emerge chiaramente in situazioni operative reali.

Un tool generico può indicare che una determinata area è esposta a rischio alluvione.

Una soluzione enterprise aiuta a identificare gli asset più vulnerabili nell’area, quali impatti potrebbero subire e quali interventi meritano priorità.

Per infrastrutture critiche, dati aggiornati, integrazione nei processi aziendali e continuità delle analisi diventano fattori decisivi.

I vantaggi delle dashboard di climate intelligence

La quantità di dati che alimenta un Climate Risk Assessment Tool può diventare rapidamente difficile da interpretare.

Per questo una dashboard di climate intelligence ha un compito preciso: rendere comprensibili informazioni complesse senza semplificarle eccessivamente.

Leggere il rischio in modo efficace richiede la possibilità di passare dal quadro generale al singolo asset, confrontando scenari, livelli di esposizione e priorità di intervento.

Una lettura di questo tipo richiede:

L’obiettivo è fornire informazioni che aiutino a prendere decisioni più rapide e consapevoli.

I vantaggi delle dashboard emergono quando vengono utilizzate da specifiche figure aziendali:

Quando tutti osservano lo stesso scenario attraverso una base informativa condivisa, diventa più semplice coordinare priorità, investimenti e strategie di adattamento.

Errori da evitare nella scelta del software

La scelta di un Climate Risk Assessment Tool può influenzare direttamente la qualità delle analisi e delle decisioni che ne derivano. Per questo è importante andare oltre le caratteristiche più visibili e valutare attentamente dati, metodologia e capacità di integrazione.

Se non si vogliono fare errori, è necessario evitare di:

Scegliere solo in base all’interfaccia

Una buona esperienza utente è importante, ma non sostituisce la qualità dei dati, la trasparenza metodologica e la solidità delle analisi.

Valutare solo il prezzo

Un tool economico ma poco integrabile può produrre risultati difficili da utilizzare nei processi aziendali e richiedere attività aggiuntive di gestione e verifica.

Ignorare la granularità dei dati

Decisioni asset-level richiedono dati sufficientemente dettagliati. Informazioni troppo aggregate possono nascondere differenze rilevanti tra asset apparentemente simili.

Trascurare la verifica degli hazard coperti

Ogni organizzazione è esposta a rischi differenti. È fondamentale verificare che la piattaforma analizzi gli hazard realmente rilevanti per il proprio contesto operativo e territoriale.

Trascurare l’integrazione enterprise

Se il tool non dialoga con sistemi, processi e dataset aziendali, il rischio è creare un ulteriore silos informativo difficile da mantenere e utilizzare.

Confondere reporting e decision support

Produrre report non significa necessariamente supportare decisioni operative. Il valore della piattaforma dipende dalla capacità di trasformare i dati in priorità, scenari e azioni concrete.

Best practice nella valutazione di una piattaforma

Prima di scegliere un Climate Risk Assessment Tool, è utile:

La qualità di uno strumento si misura soprattutto nella sua capacità di supportare decisioni che riguardano asset reali e contesti operativi concreti.

Airis: il tool di Climate Risk Assessment di Eoliann

Nel corso dell’articolo abbiamo visto come la scelta di un Climate Risk Assessment Tool dipenda da diversi fattori: qualità dei dati, granularità delle analisi, robustezza metodologica, capacità di integrazione e supporto alle decisioni.

Airis nasce proprio per rispondere a queste esigenze in contesti che coinvolgono asset strategici e infrastrutture critiche.

La piattaforma sviluppata da Eoliann consente di integrare dati climatici, geospaziali e informazioni sugli asset per analizzare il rischio fisico in modo contestualizzato e supportare attività di pianificazione, adattamento e gestione operativa.

Le sue principali funzionalità:

Un Climate Risk Assessment Tool esprime il suo valore quando trasforma dati e scenari in priorità operative chiare.

Scopri come supportare la valutazione del rischio climatico su asset e infrastrutture, prova Airis sul tuo portafogli!

FAQ

Un Climate Risk Assessment Tool richiede competenze climatiche specialistiche?

No. Le piattaforme più evolute rendono il rischio climatico comprensibile anche a figure come risk manager, asset manager e responsabili delle operations attraverso dashboard, indicatori e visualizzazioni intuitive.

Quanto tempo serve per l’implementazione?

Dipende dal numero di asset e dal livello di integrazione richiesto. In genere il processo comprende raccolta dati, configurazione delle analisi e attivazione delle funzionalità per i diversi team aziendali.

Come si mantiene aggiornato?

Attraverso l’aggiornamento periodico di dati climatici, scenari e informazioni sugli asset, mantenendo le analisi allineate all’evoluzione del contesto operativo e ambientale.

Chi dovrebbe partecipare alla scelta del tool?

Risk management, asset management, operations, sostenibilità e business continuity. Coinvolgere funzioni diverse aiuta a valutare correttamente esigenze operative e decisionali.

Un Climate Risk Assessment Tool può supportare il reporting ESG?

Sì. Può fornire dati e analisi utili per documentare esposizione ai rischi climatici, impatti potenziali e strategie di adattamento all’interno dei processi di reporting e disclosure.

Quando il clima cambia più rapidamente delle infrastrutture, la differenza non la fa la capacità di reagire all’evento, ma quella di comprenderne in anticipo le possibili conseguenze.

Se il Climate Risk Assessment definisce il processo con cui si analizzano hazard, esposizione e vulnerabilità, il Climate Risk Model rappresenta il motore analitico che permette di stimare probabilità degli eventi climatici, intensità dei fenomeni, fragilità degli asset, impatti economici e funzionali e priorità di intervento.

Il suo obiettivo è rendere il rischio misurabile e utilizzabile nelle decisioni, non descriverlo in modo teorico.

In questo articolo parliamo di:

Che cos’è un Climate Risk Model

Un Climate Risk Model è un modello analitico progettato per stimare il rischio climatico fisico su asset, infrastrutture, reti, processi operativi e sistemi aziendali. Combina dati climatici, geospaziali, fisici, operativi ed economici per trasformare informazioni complesse in indicatori utilizzabili per il processo decisionale.

Nel Climate Risk Assessment vengono analizzate tre dimensioni fondamentali: hazard, exposure, vulnerability.

Il Climate Risk Model integra queste componenti e le traduce in valutazioni quantitative o semi-quantitative degli impatti attesi.

ComponenteFunzione nel modelloEsempio
HazardIdentifica il pericolo climaticoAlluvione
ExposureValuta dove si trova l’assetImpianto vicino a un’area flood-prone
VulnerabilityMisura la fragilità dell’assetProtezioni insufficienti
ImpactStima l’effetto potenzialeDowntime, danno fisico, aumento costi

La finalità non è prevedere il meteo o determinare con certezza assoluta cosa accadrà in futuro. Il modello serve piuttosto a stimare scenari plausibili di rischio e a supportare decisioni concrete su dove intervenire, con quale priorità e con quale livello di investimento.

Il valore di un modello non si misura dalla capacità di eliminare l’incertezza, ma dalla sua capacità di renderla leggibile e governabile.

In questo modo il rischio climatico smette di essere un’informazione isolata e diventa un elemento integrabile nei processi aziendali e nelle strategie di adattamento.

Differenza tra Climate Risk Model e Climate Change Models

I due strumenti sono diversi ma complementari, perché rispondono a domande differenti:

Climate Change Models

I Climate Change Models simulano l’evoluzione del sistema climatico nel tempo. Analizzano variabili come:

Questi modelli aiutano a comprendere come potrebbe evolvere il clima nei prossimi decenni sulla base di differenti scenari emissivi.

Climate Risk Models

I Climate Risk Models aggiungono alle variabili dei Climate Change Models ulteriori livelli di analisi collegati agli asset e alle attività che devono essere protetti:

Esempio di integrazione dei due modelli

Immaginiamo un impianto industriale situato vicino a un fiume in un’area che negli ultimi decenni ha registrato eventi alluvionali sempre più frequenti.

Un Climate Change Model può mostrare che, nei prossimi trent’anni, in quel territorio aumenteranno intensità e frequenza delle precipitazioni estreme, rendendo più probabili episodi di esondazione.

Un Climate Risk Model utilizza queste informazioni per valutare come quel cambiamento potrebbe incidere sull’impianto. Può stimare la probabilità di allagamento delle aree produttive, i possibili danni alle apparecchiature, i giorni di fermo attività attesi e gli impatti economici associati, aiutando a definire priorità di intervento e investimenti per l’adattamento.

Due modelli, due prospettive sul rischio: sintesi delle differenze

AspettoClimate Change ModelClimate Risk Model
ObiettivoSimulare l’evoluzione climaticaStimare impatti su asset e operations
Domanda principaleCome cambia il clima?Quali asset sono più a rischio?
OutputScenari climaticiRisk score, danni attesi, priorità
Dati principaliVariabili climaticheClima, asset, vulnerabilità e costi
UtilizzoRicerca e scenario planningDecisioni operative e investimenti

Perché utilizzare un Climate Risk Model per asset e infrastrutture?

Due asset apparentemente simili possono presentare livelli di rischio molto diversi in base alla loro posizione geografica, alla quota altimetrica, alla vicinanza a fiumi, coste o aree franose, alle caratteristiche costruttive, al livello di manutenzione, alla ridondanza operativa, alle dipendenze da reti esterne e alla loro criticità per la continuità operativa.

Un Climate Risk Model serve a capire come il rischio può tradursi in conseguenze concrete sugli asset e quali interventi possono ridurne gli impatti nel tempo.

Permette di:

È attraverso la capacità di collegare scenari climatici, vulnerabilità e possibili conseguenze che il rischio diventa una variabile concreta a supporto delle decisioni.

Da un modello accurato è possibile stabilire che:

Come il modello supporta le decisioni

AssetRischio climatico rilevanteDecisione supportata dal modello
Sottostazione elettricaAlluvione, vento estremoPriorità di protezione fisica e continuità
Linea ferroviariaCaldo estremo, frane, piogge intenseManutenzione predittiva e adattamento
Nodo logisticoPrecipitazioni estreme, heatstressContinuità operativa e riduzione downtime
Rete idricaSiccità, frane, alluvioniInvestimenti in resilienza e ridondanza
Impianto industrialeIncendi, vento, caldo estremoStrategie di protezione e continuità produttiva

Modelli probabilistici di rischio climatico

I modelli probabilistici di rischio climatico rappresentano oggi uno degli approcci più avanzati nella valutazione del rischio fisico.

A differenza dei modelli deterministici, non restituiscono un singolo valore assoluto, ma producono una distribuzione di possibili scenari, associando a ciascuno una probabilità di accadimento.

Questo approccio è particolarmente utile perché il rischio climatico contiene inevitabilmente margini di incertezza.

Questo tipo di modello può stimare:

Tra gli output più utilizzati troviamo:

Quando il rischio viene tradotto in informazioni chiare, diventa più semplice valutare le opzioni disponibili e orientare le decisioni.

Chi gestisce asset e infrastrutture può:

Dati di input per un Climate Risk Model

La qualità di un modello dipende direttamente dalla qualità dei dati che lo alimentano.

Più i dati sono accurati, granulari e aggiornati, maggiore sarà l’affidabilità delle stime prodotte.

Nel Climate Risk Assessment i dati geospaziali rappresentano già una componente fondamentale. All’interno di un Climate Risk Model diventano invece uno degli elementi centrali per la simulazione degli scenari e la quantificazione degli impatti.

Le principali categorie di input comprendono:

Dati climatici

Dati geospaziali

Dati sugli asset

Dati operativi ed economici

Il ruolo dei dati nella costruzione del modello

Categoria datiEsempiPerché è utile
ClimaticiPiogge, temperature, ventoDefiniscono l’hazard
GeospazialiCoordinate, altimetriaMisurano l’esposizione
AssetMateriali, età, progettazioneValutano la vulnerabilità
Economici e operativiCAPEX, OPEX, downtimeQuantificano l’impatto

Come avviene la validazione dei modelli di rischio

La validazione dei modelli di rischio è ciò che permette di distinguere un risultato affidabile da un output difficile da interpretare o utilizzare nelle decisioni.

Per questo ogni Climate Risk Model deve essere sottoposto a verifiche continue che ne valutino solidità, coerenza e capacità di rappresentare il rischio in modo realistico.

Questo richiede analisi condotte su più livelli:

La validazione non serve soltanto a misurare l’accuratezza delle simulazioni. Serve anche a comprendere come il modello reagisce al cambiamento delle condizioni iniziali e quanto siano solide le sue stime in contesti differenti.

Per questo un modello non dovrebbe essere valutato esclusivamente per la sua complessità tecnica. Diventano altrettanto importanti:

Uno degli errori più comuni consiste nell’affidarsi a un output numerico senza comprendere le ipotesi, i limiti e i margini di incertezza che ne influenzano il risultato.

Le best practice più avanzate non si limitano a restituire un risultato numerico. Ogni output viene accompagnato da spiegazioni metodologiche, livelli di confidenza e scenari alternativi che aiutano a interpretare correttamente il rischio e a utilizzarlo nelle decisioni.

Integrazione dei modelli nei processi aziendali

Un Climate Risk Model crea valore solo quando diventa parte del processo decisionale. Non è uno strumento da consultare occasionalmente, ma una base informativa che supporta scelte operative, strategiche e di investimento.

L’integrazione dei modelli nei processi aziendali contribuisce a migliorare attività come:

Perché questo avvenga, il modello deve essere inserito in un processo continuo che accompagna l’intero ciclo di gestione degli asset.

L’integrazione del modello nei processi aziendali si sviluppa attraverso alcune attività chiave:

Il modello non deve essere considerato un’analisi una tantum. Per continuare a supportare decisioni efficaci deve evolvere insieme agli asset, alle condizioni operative e agli scenari climatici, diventando uno strumento vivo capace di accompagnare l’organizzazione nel tempo.

Dal modello alla decisione: il ruolo di Airis

Ogni decisione resiliente nasce dalla capacità di collegare ciò che potrebbe accadere a ciò che è possibile fare oggi.

Airis è la piattaforma sviluppata da Eoliann per trasformare dati climatici complessi in indicazioni operative.

Integrando dati climatici, geospaziali e asset-level, consente di analizzare il rischio fisico su infrastrutture e asset strategici, osservandone l’evoluzione in diversi scenari climatici.

Attraverso mappe, indicatori e modelli ad alta risoluzione, Airis permette di:

In questo modo il rischio climatico diventa un’informazione utilizzabile per definire priorità, indirizzare gli investimenti e preparare asset e infrastrutture alle condizioni future.

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FAQ

Quali dati servono per costruire un climate risk model?

Un Climate Risk Model utilizza diverse categorie di dati, tra cui dati climatici storici e futuri, informazioni geospaziali, caratteristiche fisiche degli asset, indicatori di vulnerabilità, costi operativi, CAPEX, OPEX e informazioni sulla criticità dell’asset per il business o per la continuità operativa.

Perché usare modelli probabilistici nel rischio climatico?

Il rischio climatico è caratterizzato da un livello intrinseco di incertezza. I modelli probabilistici consentono di valutare molteplici scenari possibili, stimare probabilità di accadimento e quantificare diversi livelli di impatto, fornendo una base più robusta per le decisioni di adattamento e investimento.

Come un Climate Risk Model supporta CAPEX e OPEX?

Un Climate Risk Model aiuta a identificare dove investire per ridurre vulnerabilità future e dove intervenire per contenere costi operativi, manutenzioni straordinarie, downtime e inefficienze. In questo modo supporta una pianificazione più efficace sia degli investimenti infrastrutturali sia della gestione operativa nel lungo periodo.

Ieri i territori che conoscevamo rimanevano inalterati per decenni. Poi il clima ha iniziato a cambiare velocemente, trasformando equilibri che sembravano destinati a durare. 

Per questo oggi il Climate Risk Assessment è uno strumento decisionale indispensabile per proteggere asset strategici, ridurre interruzioni operative e programmare investimenti con maggiore consapevolezza.

Vediamo come metodologie operative, dati geospaziali e analisi della vulnerabilità aiutano a comprendere il rischio climatico e a rafforzare la resilienza delle infrastrutture.

Valutazione del rischio climatico per infrastrutture critiche

La valutazione del rischio climatico per infrastrutture critiche è il processo attraverso cui si analizzano esposizione, vulnerabilità e impatti potenziali degli eventi climatici su sistemi essenziali.

Parliamo di centrali elettriche, linee ferroviarie, reti idriche, data center, impianti industriali e di tutti quei sistemi da cui dipendono servizi essenziali per la vita quotidiana e la sicurezza delle persone.

In un Climate Risk Assessment efficace, il rischio climatico viene generalmente analizzato attraverso tre componenti principali:

ComponenteDescrizioneEsempio
HazardEvento climaticoOndata di calore prolungata
ExposureAsset espostoData center in area ad alte temperature
VulnerabilityDebolezza strutturale o operativaSistemi di raffreddamento non adeguati

È proprio l’integrazione dinamica di queste tre dimensioni che rende il Climate Risk Assessment uno strumento realmente operativo. Non basta sapere che un evento può verificarsi. Dobbiamo capire quali asset verranno coinvolti, quanto sono vulnerabili e quali conseguenze possono prodursi nel tempo.

Come mappare la vulnerabilità degli asset

La vulnerabilità degli asset è uno degli elementi più importanti nella valutazione del rischio climatico. È il fattore che permette di trasformare una mappa di rischio in una decisione concreta.

Due infrastrutture esposte allo stesso evento climatico possono reagire in modo completamente diverso a seconda delle loro caratteristiche fisiche, operative e sistemiche.

Per questo la mappatura della vulnerabilità richiede un approccio multilivello.

1. Identificazione degli asset critici

Il primo passo consiste nell’identificare gli asset strategici e classificarli in base a:

Un nodo ferroviario, una sottostazione elettrica o un data center possono avere effetti sistemici molto diversi in caso di interruzione.

2. Analisi delle caratteristiche fisiche

La seconda fase riguarda le caratteristiche strutturali dell’asset.

Entrano in gioco elementi come:

Infrastrutture progettate decenni fa spesso non sono state costruite per operare nelle condizioni climatiche attuali.

3. Valutazione delle condizioni operative

Anche il modo in cui un asset viene utilizzato influenza la sua vulnerabilità.

A incidere sulla vulnerabilità sono soprattutto:

Un’infrastruttura già vicina ai propri limiti operativi tende a essere più vulnerabile durante eventi climatici estremi.

4. Analisi delle dipendenze sistemiche

Uno degli errori più comuni consiste nel valutare singoli asset in modo isolato.

In realtà, molte infrastrutture critiche funzionano all’interno di ecosistemi interconnessi. Una vulnerabilità può propagarsi lungo supply chain, reti energetiche, sistemi digitali e nodi logistici.

Per questo le best practice più avanzate adottano un approccio sistemico, capace di leggere relazioni, dipendenze e possibili effetti a cascata.

Rischi fisici per infrastrutture critiche

I rischi fisici per infrastrutture critiche rappresentano gli impatti diretti che gli eventi climatici possono generare su asset, reti e sistemi operativi.

Nel Climate Risk Assessment questi rischi vengono generalmente distinti in due categorie principali: rischi acuti e rischi cronici.

Rischi acuti

I rischi acuti sono eventi improvvisi e ad alta intensità.

Qui entrano in gioco fenomeni come:

Questi fenomeni possono provocare danni strutturali immediati, interruzioni operative e perdita di continuità dei servizi.

Un’alluvione può bloccare infrastrutture di trasporto e compromettere sottostazioni elettriche. Un incendio può interrompere reti energetiche e telecomunicazioni. Una frana può isolare interi territori.

Rischi cronici

I rischi cronici si sviluppano invece nel lungo periodo.

In questi contesti diventano rilevanti fenomeni come:

Questi fenomeni tendono a ridurre gradualmente performance, affidabilità e durata delle infrastrutture.

Un’infrastruttura energetica esposta a ondate di calore prolungate, ad esempio, può subire contemporaneamente riduzioni di efficienza e picchi di domanda energetica. Questo genera uno stress operativo crescente che aumenta il rischio di interruzioni.

Impatti operativi e scenari futuri

Quando questi fenomeni si intensificano, gli impatti possono tradursi in:

Per questo il Climate Risk Assessment non può limitarsi ai dati storici.

Le analisi più evolute guardano oltre ciò che è già accaduto. Integrano scenari climatici futuri e modelli probabilistici per capire come il rischio potrebbe trasformarsi nel tempo e quali sistemi potrebbero diventare più esposti nei prossimi decenni.

Dati geospaziali per il Climate Risk Assessment

Il vero salto qualitativo nel Climate Risk Assessment avviene quando il rischio viene letto in relazione al territorio, agli asset e agli scenari che possono modificarne l’esposizione nel tempo.

Per costruire questa lettura servono fonti diverse, capaci di restituire sia la dimensione climatica sia quella fisica e operativa dell’infrastruttura:

L’integrazione di questi dati geospaziali per il climate risk permette di collegare ogni infrastruttura al proprio contesto ambientale e climatico, osservando come esposizione e vulnerabilità possano evolvere nei diversi scenari futuri.

In questo modo diventa possibile localizzare gli asset, sovrapporli alle mappe di rischio e simulare scenari futuri per comprendere dove potrebbero emergere vulnerabilità, interruzioni operative o impatti fisici più rilevanti.

Per trasformare dati climatici e territoriali in indicazioni utilizzabili nelle decisioni, queste analisi seguono generalmente un processo articolato in più fasi.

FaseAttività
GeolocalizzazioneMappatura degli asset nei territori esposti
Data integrationConnessione tra dati climatici, territoriali e operativi
Risk modelingLettura di esposizione, vulnerabilità e possibili impatti
OutputProduzione di mappe, indicatori e supporto alle decisioni

Leggere il rischio con maggiore precisione significa riuscire a orientare meglio le decisioni, prepararsi in anticipo alle avversità e proteggere efficacemente l’ambiente e le persone.

Continuità operativa e resilienza degli asset

L’obiettivo finale del Climate Risk Assessment non è produrre dati. È rafforzare la continuità operativa e la resilienza degli asset.

Quando il rischio viene compreso in modo chiaro e contestualizzato sugli asset, diventa possibile passare da una gestione reattiva a una pianificazione predittiva. Questo significa preparare infrastrutture e sistemi a operare anche in condizioni climatiche diverse rispetto al passato.

Le principali leve operative riguardano mitigazione, adattamento e pianificazione.

1. Mitigazione

Le strategie di mitigazione puntano a ridurre direttamente l’esposizione e gli impatti.

In questi casi diventano importanti interventi come:

2. Adattamento

L’adattamento riguarda invece l’evoluzione delle infrastrutture per renderle più resilienti nel tempo.

Nella pratica, questo porta spesso a:

3. Pianificazione operativa

Anche la pianificazione operativa incide direttamente sulla capacità di mantenere continuità e risposta durante eventi climatici estremi.

Per mantenere continuità operativa diventano centrali azioni come:

La relazione tra analisi e azione è diretta

Analisi del rischioAzione
Alto rischio alluvioneBarriere per evitare allagamenti di sottostazioni e reti idriche
Stress termicoRaffreddamento aggiuntivo per mantenere attivi data center e server
Interruzioni energeticheSistemi di backup per garantire continuità durante i blackout

Senza analisi del rischio climatico le decisioni tendono a essere reattive.
Con un Climate Risk Assessment strutturato diventa invece possibile anticipare criticità, definire priorità e rafforzare la resilienza degli asset.

Dal dato alla decisione: il ruolo delle piattaforme avanzate

La crescente complessità del Climate Risk Assessment rende sempre più difficile gestire dati climatici, scenari e vulnerabilità attraverso strumenti tradizionali.

Le organizzazioni hanno bisogno di piattaforme capaci di integrare informazioni diverse, trasformarle in insight operativi e supportare decisioni più rapide, contestualizzate e difendibili.

Per questo stanno diventando sempre più rilevanti strumenti capaci di offrire:

Le soluzioni più evolute permettono di osservare il rischio sugli asset, confrontare scenari futuri e comprendere come vulnerabilità e impatti possano evolvere nel tempo.

Airis traduce questo approccio in una lettura del rischio che integra dati satellitari, modelli climatici e informazioni geospaziali sugli asset.

La piattaforma permette di trasformare dati complessi in indicatori e mappe utilizzabili per supportare pianificazione, resilienza operativa e investimenti infrastrutturali: con una demo, puoi provarla sui tuoi asset.

FAQ

Cos’è un Climate Risk Assessment applicato agli asset?

È un processo che analizza esposizione, vulnerabilità e impatti climatici sugli asset fisici per supportare decisioni strategiche, operative e di resilienza.

Quali infrastrutture sono considerate critiche?

Reti energetiche, trasporti, sistemi idrici, telecomunicazioni e impianti industriali strategici sono considerate infrastrutture critiche perché garantiscono continuità dei servizi essenziali.

Perché i dati geospaziali sono fondamentali?

Permettono di correlare posizione degli asset, scenari climatici e livelli di rischio con maggiore precisione, supportando analisi predittive e decisioni più informate.

Come migliorare la resilienza degli asset?

Attraverso valutazione preventiva del rischio climatico, pianificazione operativa e interventi strutturali basati su dati e scenari evolutivi.